Leggende Urbane

Mangart e Laghi di Fusine: le leggende oscure delle Alpi Giulie

Ai piedi del Mangart, dove le Alpi Giulie si spingono fino al confine con la Slovenia, due laghi color smeraldo restano immobili per gran parte dell'anno.

Pubblicato 30 Settembre 2026 07:00 6 minuti di lettura
Mangart e Laghi di Fusine: le leggende oscure delle Alpi Giulie

Ai piedi del Mangart, dove le Alpi Giulie si spingono fino al confine con la Slovenia, due laghi color smeraldo restano immobili per gran parte dell'anno. Chi li visita d'estate li trova pieni di turisti in cerca di un panorama da cartolina; chi li attraversa in autunno, con la nebbia bassa e i pini che si scuriscono contro il cielo, capisce perché per generazioni la gente della valle abbia raccontato che quell'acqua non è mai stata del tutto tranquilla. Tra i sentieri segnalati e i pannelli informativi del parco, sopravvive un'altra mappa, fatta di voci sussurrate nei rifugi e tramandate nelle case di Tarvisio: quella delle leggende che accompagnano i laghi di Fusine e la montagna che li sovrasta.

L'origine glaciale dei laghi di Fusine

I laghi di Fusine, il Superiore e l'Inferiore, sono due bacini alpini nati dal ritiro dei ghiacciai che migliaia di anni fa hanno scavato queste valli. Si trovano nel comune di Tarvisio, in Friuli-Venezia Giulia, incastonati ai piedi del massiccio del Mangart, e oggi ricadono in un'area naturale protetta che ne tutela le acque e il bosco che li circonda.

Anche senza leggende, il luogo avrebbe già una sua fama: le acque cambiano colore con la luce, dal verde bottiglia al grigio ardesia, e la superficie riflette pareti di roccia che sembrano chiudersi sopra i visitatori. In alcuni tratti la parete rocciosa scende quasi a picco nell'acqua, tagliando fuori la luce già nel primo pomeriggio, e il silenzio che si crea, rotto solo dal vento tra gli abeti, è il primo ingrediente di ogni buona leggenda di montagna.

Il Mangart, la montagna di confine e la memoria della Grande Guerra

Il Mangart si alza sopra i laghi come una parete che segna, letteralmente, un confine: quello tra Italia e Slovenia, nel cuore delle Alpi Giulie. Lo si raggiunge percorrendo una delle strade carrozzabili più alte dell'intero arco alpino, la Mangartska cesta, che sale sul versante sloveno della montagna partendo dalla strada del Passo del Predil: un nastro d'asfalto che si arrampica in tornanti stretti fino a quote che tolgono il fiato anche a chi non soffre di vertigini.

Sui suoi versanti la montagna porta ancora i segni della Prima guerra mondiale, quando il fronte passava proprio da queste creste. Camminamenti, postazioni e resti di trincee punteggiano ancora oggi i pendii più impervi, memoria di scontri combattuti al freddo e alla quota, in un ambiente che già di per sé non perdonava errori. Non serve inventare nulla per rendere il Mangart inquietante: la sua storia militare basta da sola a spiegare perché, per chi vive in valle, si tratti di una montagna che ha già preteso un prezzo. Ancora oggi capita che gli escursionisti più attenti trovino resti di filo spinato arrugginito o schegge di roccia lavorate a colpi di piccone, testimonianze silenziose di un fronte che qui non ha mai smesso del tutto di farsi sentire.

La leggenda del lago che non restituisce

È attorno a questa combinazione, l'acqua immobile, la montagna di confine, le trincee mai del tutto svuotate dalla memoria, che nei racconti popolari della zona ha attecchito la leggenda più radicata: quella secondo cui i laghi di Fusine non abbiano mai restituito tutto ciò che si sono presi. Si narra di pastori e di soldati dispersi tra fine Ottocento e inizio Novecento che sarebbero scomparsi nelle acque profonde durante una tempesta improvvisa, di quelle che in alta quota arrivano senza preavviso.

Resti in pietra di una trincea scavata nella roccia di un pendio alpino scosceso, nebbia bassa tra le pietre, luce grigia e fredda del primo mattino.Resti in pietra di una trincea scavata nella roccia di un pendio alpino scosceso.

La leggenda popolare vuole che da allora, nelle sere in cui la nebbia scende bassa sul lago Inferiore, sia possibile scorgere una figura ferma sulla riva, immobile come se stesse ancora aspettando qualcuno che non è più tornato. Alcuni raccontano di un custode silenzioso, altri di una presenza più inquieta, ma il nucleo della storia resta lo stesso: la montagna, in questa versione, non dimentica chi ha perso.

Non esistono fonti storiche verificabili che documentino l'origine precisa di questo racconto, né nomi, né date certe: è folklore di valle, tramandato oralmente da guide e abitanti, ed è bene trattarlo come tale. Ma è anche vero che le leggende più durature nascono raramente dal nulla, spesso si aggrappano a un luogo che, per la sua storia reale, si presta naturalmente a diventare teatro di racconti come questo. Le stesse fonti che raccontano la storia documentata dei laghi e del Mangart non riportano nulla del genere: restano un dato di geografia e di storia militare, non di cronaca. È proprio in questo spazio bianco, lasciato vuoto dai documenti, che la fantasia popolare ha potuto lavorare più liberamente.

Zlatorog e le altre voci delle Alpi Giulie

Il Mangart non è l'unica vetta delle Alpi Giulie ad avere un proprio bestiario leggendario. Nel folklore sloveno circola da secoli il mito dello Zlatorog, il camoscio dalle corna d'oro che custodirebbe un giardino segreto tra le rocce e punirebbe chi tenta di cacciarlo per avidità. La tradizione lo lega soprattutto al Triglav, la montagna più alta della Slovenia, ma la sua fama ha finito per estendersi a tutta la catena, tanto da essere citato spesso anche a proposito delle vette vicine, Mangart compreso.

Accanto a questo mito più codificato, nei paesi intorno a Tarvisio circolano racconti minori: luci che si muoverebbero tra gli alberi nelle notti senza luna, campanacci di mandrie che nessuno ha più visto pascolare da decenni, voci che si sentirebbero salire dal lago quando il vento si ferma del tutto. Sono storie che cambiano da chi le racconta, si arricchiscono di un dettaglio nuovo a ogni inverno e restano vive proprio perché nessuno le ha mai messe per iscritto in modo definitivo. Alcune di queste voci sembrano riecheggiare il freddo delle trincee più che l'acqua dei laghi, come se la memoria della guerra e quella del lago, nel racconto orale, avessero finito per fondersi in un'unica narrazione.

Chi visita i laghi oggi

Per chi organizza una gita ai laghi di Fusine, la parte pratica resta semplice: i due bacini sono raggiungibili in auto da Tarvisio, con parcheggi vicini alle rive e sentieri ben segnalati che permettono di fare il giro completo del lago Inferiore in meno di un'ora. Da lì partono anche i sentieri verso il rifugio Zacchi e gli itinerari escursionistici e alpinistici del versante italiano della montagna. Chi vuole invece percorrere la strada carrozzabile del Mangart deve passare in Slovenia, salendo dal Passo del Predil.

La stagione migliore va da tarda primavera a inizio autunno, quando i sentieri sono liberi dalla neve; nei mesi freddi il paesaggio si fa più severo, e proprio per questo più vicino all'atmosfera che ha alimentato le leggende. Chi arriva al tramonto, con la luce che si spegne sulle creste e il lago che smette di riflettere qualsiasi cosa, capisce senza bisogno di spiegazioni perché per secoli, da queste parti, si sia continuato a raccontare che qualcosa, lassù, non se n'è mai davvero andato. Per chi cerca invece solo il lato leggendario del luogo, senza affrontare sentieri o quote elevate, basta fermarsi sulla riva nell'ora in cui i pullman dei turisti se ne sono già andati: è in quel margine di tempo, tra il rumore del giorno e il buio della notte, che le storie raccontate dai vecchi della valle sembrano ancora avere un senso.

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Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.