
Quando perse l'ultimo treno per Villarasca, Daniele si ritrovò solo sotto la pensilina della stazione, con l'orario ferroviario che gli rideva in faccia dalle sette e quaranta del mattino successivo. Fu allora che notò, appesa a una bacheca ingiallita accanto ai distributori automatici, una tabella degli orari delle autolinee che nessuno sembrava aggiornare da anni. In fondo, quasi cancellata dall'umidità, una riga diceva ancora: linea 12, corriera delle 23:40, capolinea Fontenero. Guardò l'orologio: mancavano dodici minuti.
La provincia dove abitava da qualche mese per lavoro era fatta di rotonde deserte, capannoni con le insegne spente e un centro storico che di notte sembrava un presepe abbandonato. Non aveva mai sentito parlare di quella linea 12, eppure la fermata era proprio lì, a due passi, con la pensilina di lamiera arrugginita e la scritta CORRIERA ancora leggibile sotto lo sporco. Decise di aspettare. In fondo, se fosse arrivata, gli avrebbe risparmiato una notte in bianco su una panchina.
Arrivò con tre minuti di ritardo, senza fari anteriori funzionanti, illuminata solo dalla luce gialla e tremolante dell'abitacolo. Il cartello luminoso sopra il parabrezza non indicava nessuna destinazione, solo un rettangolo bianco e vuoto che a tratti sfarfallava. Le porte si aprirono con un sibilo troppo lento, come se la corriera stessa esitasse prima di lasciarlo salire. Daniele esitò un istante, poi salì i tre gradini di metallo consumato.
L'autista non si voltò. Un uomo grande, con la schiena curva e un berretto calato sugli occhi, teneva le mani sul volante come se fossero saldate lì da sempre. Daniele cercò l'obliteratrice, la macchinetta per il biglietto, ma non la trovò da nessuna parte. «Quanto costa la corsa fino a Fontenero?» chiese. Silenzio. Solo il rumore del motore, un rombo basso e costante che sembrava non avere niente a che fare con quel mezzo così vecchio.
In fondo al mezzo sedevano altre quattro persone. Una donna anziana con una borsa della spesa sulle ginocchia, vuota. Un ragazzo con le cuffie alle orecchie, ma senza alcun filo che portasse a un telefono. Un uomo in giacca e cravatta, immobile, gli occhi fissi al finestrino nero. E, più indietro, una sagoma che Daniele non riuscì mai a mettere a fuoco, come se lo sguardo scivolasse via da quel sedile ogni volta che ci provava.
Si sedette a metà corriera, vicino al finestrino, e guardò scorrere fuori le luci sempre più rade della provincia. Dopo la rotonda del cimitero, che conosceva bene, la strada avrebbe dovuto piegare verso il centro. Invece la corriera proseguì dritta, su un rettilineo che Daniele non ricordava di aver mai percorso, fiancheggiato da campi neri e silos abbandonati. Controllò l'orario sul telefono: erano le 23:52, ma il viaggio, per come lo ricordava lui, avrebbe dovuto durare al massimo un quarto d'ora.
Guardò l'orologio di nuovo qualche minuto dopo: segnava ancora le 23:52. Pensò a una batteria scarica, a un guasto, a una distrazione sua. Ma anche il quadrante analogico appeso sopra il vetro divisorio dell'autista, quello con le lancette vere, era fermo sulla stessa ora. Fu allora che notò il cartellino appeso al montante accanto alla porta: una vecchia fermata, con un nome scritto a mano su un pezzo di cartone ingiallito. Diceva: Bivio, soppressa dal 1987.
La donna con la borsa vuota si voltò verso di lui, per la prima volta da quando erano partiti. Aveva gli occhi lucidi, quasi infantili, incastonati in un viso segnato dal tempo. «Anche tu scendi al Bivio?» chiese, con una voce sottile, come se le parole facessero fatica ad attraversarle la gola. Daniele rispose che no, che andava a Fontenero, e lei annuì lentamente, tornando a guardare davanti a sé. «Nessuno scende più al Bivio» aggiunse, quasi sussurrando. «Ma la corriera ci passa lo stesso, ogni sera.»
Le raccontò, o meglio lasciò cadere frammenti come chi ripete una storia sentita troppe volte per crederci ancora del tutto, che quella linea l'aveva inaugurata un autista di nome Servolo, negli anni Sessanta, e che l'aveva guidata per trent'anni senza mai saltare un turno. Una notte d'inverno, dicevano in paese, la corriera era uscita di strada proprio al Bivio, finendo in un fossato: nessun corpo era mai stato trovato, solo il mezzo, con il motore ancora acceso e le porte spalancate sul buio dei campi.
Fila di sedili logori illuminati da una luce gialla tremolante.
Da allora, disse la donna, la corriera delle 23:40 non aveva mai smesso di partire. Cambiavano gli autisti, sulla carta, ogni pochi anni, ma nessuno in paese ricordava di averne mai visto scendere uno vivo a fine turno. Sull'orario ufficiale delle autolinee la linea risultava soppressa da decenni, eppure ogni sera, puntuale, il mezzo usciva dal deposito e percorreva lo stesso tragitto, fermandosi anche dove non esisteva più nessuna fermata, come se qualcuno, da qualche parte, dovesse ancora salire.
Daniele guardò l'orologio una terza volta: ancora 23:52, come se il tempo dentro la corriera si fosse incastrato in quel preciso istante, mentre fuori i campi scorrevano sempre più fitti di nebbia. Provò a premere il pulsante di richiesta fermata, quello rosso vicino alla porta centrale. Non si accese nessuna spia, non suonò nessun segnale. Provò ancora, più volte, premendo con forza, ma il pulsante sembrava incollato, come se non fosse mai stato collegato a nulla.
Si voltò verso gli altri passeggeri, cercando un alleato, uno sguardo che condividesse il suo disagio. Ma nessuno di loro si mosse. Il ragazzo con le cuffie fissava il vuoto davanti a sé, l'uomo in giacca non aveva battuto ciglio da quando erano partiti, e la sagoma in fondo restava indistinta, come una macchia di inchiostro che si rifiutava di prendere forma. Solo la donna anziana, accanto a lui, respirava, o almeno così gli parve di vedere dal lieve movimento delle spalle.
La corriera rallentò. Fuori, tra la nebbia, comparve una sagoma di lamiera contorta: una pensilina piegata su un fianco, con un cartello semisepolto dall'erba alta che ancora riportava, a lettere sbiadite, la scritta Bivio. Non c'era altro, nessuna casa, nessuna luce, solo il buio dei campi che si allargava in ogni direzione. Le porte si aprirono con lo stesso sibilo lento di prima, e per un istante un'aria fredda, quasi umida, invase l'abitacolo, portando con sé un odore di terra bagnata e ruggine.
La donna anziana si alzò, lasciando la borsa vuota sul sedile, e si avviò verso l'uscita con passi piccoli e ordinati, come chi ripete un gesto fatto migliaia di volte. Sulla soglia si fermò un istante e si voltò verso Daniele. «La prossima volta» disse soltanto, con un tono che non era né minaccia né avvertimento, ma qualcosa di più semplice e più terribile: una constatazione. Poi scese, e la nebbia la inghiottì prima ancora che i suoi piedi toccassero il fango della fermata soppressa.
Le porte si richiusero e la corriera ripartì, lasciandosi alle spalle quella macchia di buio. Daniele si voltò a guardare fuori, ma non vide più nulla, nemmeno la sagoma della pensilina. Controllò di nuovo l'orologio: segnava le 23:53. Un solo minuto era passato, secondo il telefono, da quando erano usciti dal deposito. Eppure aveva la certezza, fredda e incontestabile come solo certe certezze notturne sanno essere, che fossero in viaggio da molto, molto più tempo di quanto qualunque orologio potesse raccontare.
Pochi minuti dopo — o forse molti, ormai aveva smesso di fidarsi del tempo — la corriera si fermò davanti alla stazione di Fontenero, con le luci del piazzale che tremolavano come sempre. Daniele scese di corsa, senza voltarsi, e sentì le porte richiudersi alle sue spalle con lo stesso sibilo di prima. Quando si girò, sul marciapiede vuoto, la corriera non c'era più: solo la strada deserta, e in lontananza il rumore di un motore che si allontanava verso un luogo che Daniele non avrebbe saputo indicare.
Da quella notte Daniele non ha più preso l'ultima corsa, qualunque essa sia, in qualunque città si trovi a vivere. In paese, chi conosce la storia della linea 12 dice che la corriera delle 23:40 esiste ancora sulla carta di qualche archivio comunale dimenticato, e che ogni tanto, in qualche provincia diversa, qualcuno sale su un mezzo che non dovrebbe più circolare, guidato da un uomo che non parla mai. Di certo si sa solo una cosa: chi sale, prima o poi, scende. La domanda che nessuno riesce più a farsi con serenità è dove, e soprattutto quando.
Qualcuno giura di averla vista attraversare paesi che sulle mappe non esistono più da decenni, in province che cambiano nome a seconda di chi racconta la storia. L'unica costante, dicono, resta l'orario: le 23:40, sempre, puntuale come un appuntamento che nessuno ha mai osato disdire.


