Horror

La luce verde sopra il campo sportivo

Durante una partita estiva, un lampo verde piega l’erba in cerchi perfetti e lascia nei giocatori il ricordo impossibile di una foresta abbattuta.

Pubblicato 1 Luglio 2026 16:38 6 minuti di lettura
La luce verde sopra il campo sportivo

Il cerchio più piccolo comparve attorno al dischetto del rigore, come se qualcuno avesse appoggiato una campana invisibile sull’erba e poi l’avesse sollevata senza rumore. Mancavano sette minuti alla fine della partita tra la Polisportiva San Rocco e i ragazzi del quartiere nord. Quando la luce verde attraversò il campo, nessuno cadde. Nessuno gridò. Per un secondo tutti videro una foresta, ma non quella dietro la recinzione: una distesa di tronchi lontani, piegati dalla stessa parte, sotto un cielo bianco come metallo arroventato.

L’arbitro fischiò d’istinto, anche se non sapeva che cosa stesse interrompendo. Il pallone rotolò da solo fino alla linea laterale e si fermò con un tremito leggero. Sulle tribune, ventisette persone rimasero in piedi senza applaudire, con la stessa espressione di chi cerca di ricordare un sogno appena prima che sparisca. I giocatori si toccavano le braccia, le tempie, il petto. Dicevano di avere sabbia in bocca, ma il campo era sintetico da anni. Milo, il portiere, cominciò a piangere: ricordava alberi spezzati, un rumore mai sentito eppure familiare.

Il minuto che non entrò nel referto

Il referto ufficiale parlò di sospensione per guasto all’impianto elettrico. Era una bugia comoda, anche se i fari non si erano spenti e il quadro generale risultò intatto. Il custode, signor Carelli, preferì quella formula a qualsiasi alternativa. Disse ai ragazzi di andare a casa senza fare foto. Troppo tardi: i telefoni avevano già ripreso l’erba schiacciata in anelli concentrici, le maglie mosse da un vento assente, il pallone fermo e lucido come un occhio. Nei video, il lampo era sostituito dallo stesso fotogramma nero.

Carelli rimase a chiudere i cancelli. Solo allora vide che i cerchi non erano bruciati. L’erba non puzzava di plastica fusa e non era morta. Era piegata, filo per filo, verso il centro del campo, come una foresta in miniatura dopo un’esplosione. Aveva letto qualcosa, anni prima, su Tunguska: il 30 giugno 1908 una detonazione nel cielo siberiano aveva abbattuto un’area enorme di taiga senza lasciare un cratere. I giornali parlavano di oggetto cosmico, onda d’urto, notti luminose a migliaia di chilometri. Le versioni più fantasiose ci avevano costruito dischi volanti, esperimenti segreti, porte aperte dove il mondo non avrebbe dovuto avere porte. Carelli non credeva a quelle cose. Ma quella sera, chinandosi sull’erba piegata del campo, sentì odore di resina.

Una foresta sotto i tacchetti

Il giorno dopo arrivarono i tecnici del Comune. Misurarono il terreno, controllarono l’impianto, interrogarono l’azienda che aveva posato il manto sintetico. Nessuno trovò una causa. La notizia sarebbe morta in due giorni se non fosse stato per i ricordi dei giocatori. Tutti raccontavano la stessa immagine, con differenze minime: alberi distesi fino all’orizzonte, aria calda, una colonna di luce senza fiamma, uccelli invisibili che cadevano. Alcuni ricordavano anche una voce, ricevuta dentro i denti: non guardate in alto, il centro è già passato.

Milo, il portiere, fu l’unico a tornare al campo ogni sera. Diceva alla madre che andava ad allenarsi, ma restava seduto dietro la porta, con i guanti sulle ginocchia, a fissare il dischetto del rigore. Da quando aveva visto la foresta, sognava sempre lo stesso uomo: un pastore con il volto arrossato dal freddo, in piedi davanti a capanne basse, mentre il cielo esplodeva senza toccare terra. L’uomo non parlava italiano, eppure Milo capiva la sua paura e l’attesa di un’esplosione che non finiva mai. Continuava a viaggiare, anno dopo anno, cercando un posto abbastanza piccolo da potersi finalmente ricordare di essere caduta.

Spogliatoio buio con scarpe infangate e riflessi verdi sul pavimentoNello spogliatoio rimaneva una luce bassa, come se il campo avesse portato dentro qualcosa della foresta vista dai ragazzi.

La linea verde sulla pelle

La prima traccia fisica comparve sul braccio destro del terzino, una settimana dopo. Sembrava un graffio sottile, verde sotto la pelle, dal polso al gomito. Poi apparve su Milo, sul petto, proprio dove aveva stretto il pallone prima del lampo. Non faceva male. Brillava solo al buio, debolmente, come muschio visto al fondo di un pozzo. Il medico parlò di dermatite da contatto, ma le pomate non cambiarono nulla: di notte le linee si spostavano componendo mappe indecifrabili. Carelli le fotografò con una macchina analogica, perché non si fidava più dei cellulari. Sviluppate le foto, le linee non erano sui corpi. Erano tronchi abbattuti.

Fu allora che il custode cercò vecchi articoli su Tunguska nella biblioteca comunale. Non cercava alieni né miracoli, solo una somiglianza che spiegasse perché un evento del 1908 si fosse posato lì. Trovò testimonianze di cieli accesi, boati, finestre rotte, persone scaraventate a terra da un’onda invisibile. Trovò anche l’assenza più inquietante: nessun cratere, solo conseguenze. Carelli pensò che certi traumi naturali diventano leggende non perché manchi la scienza, ma perché la scienza arriva dopo, quando la paura ha già imparato a raccontarsi.

Il ritorno al dischetto

Il 30 giugno successivo organizzarono una partitella di fine stagione. Carelli provò a farla annullare, ma non aveva autorità per chiudere un campo sulla base di un ricordo collettivo e di qualche fotografia venuta male. Alle venti e diciassette, mentre il sole scendeva dietro i condomini, Milo parò un rigore e cadde in avanti. Rimase con la faccia sull’erba. Quando lo sollevarono, aveva gli occhi aperti e pieni di lacrime. «Sta arrivando dal basso,» disse. Nessuno capì. Poi il campo tremò, non come durante un terremoto, ma come una pelle attraversata da un brivido.

La luce verde non scese dal cielo. Salì dal dischetto del rigore. Emerse in silenzio, sottile all’inizio, poi larga quanto un uomo, e per un istante mostrò dietro di sé la taiga schiantata: non un’immagine, non un video, ma un luogo vero appoggiato di taglio contro il mondo. I presenti sentirono calore sulle guance e freddo nelle ginocchia. Carelli vide i tronchi piegati della Siberia continuare idealmente nelle linee bianche del campo, nelle gambe dei ragazzi, nelle antenne sui tetti. Tutto indicava un centro che non coincideva più con nessun punto geografico. Era un centro mobile, una ferita che attraversava gli anni cercando superfici abbastanza lisce da lasciarsi vedere.

Quando la luce sparì, il pallone era al centro del cerchio. Non c’erano feriti. Non c’erano bruciature. Solo Milo mancava per alcuni secondi, poi ricomparve dietro la porta opposta, in piedi, con le mani sporche di terra nera. Disse di avere visto il pastore, finalmente vicino, e di avergli restituito qualcosa: un fischietto d’arbitro trovato tra gli alberi abbattuti. Nessuno seppe interpretare quella frase. Carelli chiuse il campo per manutenzione straordinaria e convinse il Comune a rifare il manto. Quando gli operai sollevarono il sintetico, sotto non trovarono cemento né sabbia stabilizzata. Trovarono aghi di pino, milioni di aghi asciutti, disposti in cerchi perfetti.

Oggi il campo sportivo è aperto solo di giorno. La versione ufficiale parla di problemi strutturali risolti, e i ragazzi più piccoli usano ancora quelle porte. Carelli ha conservato un sacchetto di aghi in fondo al suo armadietto. Ogni 30 giugno lo trova più pieno, anche se non lo apre mai. La notte, passando davanti alla recinzione, capita di vedere un chiarore verde sotto l’erba nuova. Ma se ci si ferma ad ascoltare, nel silenzio dietro gli spogliatoi si sente una foresta lontanissima piegarsi ancora, tutta dalla stessa parte.

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Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.