
Il primo colpo venne dal legno, non dalle mani. Un suono breve, secco, quasi educato, salì dal pavimento della sala azzurra mentre la pioggia batteva contro i vetri di via San Vitale e il pendolo, sul camino, segnava le dieci e ventidue. Il tavolino era piccolo, rotondo, con una gamba più chiara delle altre perché il falegname l’aveva sostituita dopo un trasloco. Attorno c’erano quattro persone: la padrona di casa, suo fratello, una vedova vestita di grigio e il dottor Fanti, chiamato apposta per dimostrare che certe serate non producono misteri, ma soltanto nervi stanchi.
Nessuno parlò subito. La domanda era già stata posta, e proprio per questo il silenzio pesava più del colpo. La signora Adele Montorsi aveva chiesto, con voce bassa, se nella stanza ci fosse qualcuno che conosceva il contenuto della lettera arrivata quella mattina da Torino. La lettera era rimasta chiusa in un cassetto dello scrittoio, sigillata con ceralacca rossa. Adele sosteneva di non averla aperta. Suo fratello la derideva. La vedova pregava sottovoce. Il dottore osservava le dita dei presenti, tutte appoggiate appena al bordo del tavolino, e cercava il trucco nella pressione delle falangi.
La lettera chiusa nel cassetto
La seduta non era nata per gioco. Tre settimane prima, in quella stessa casa, una serva aveva trovato nello sgabuzzino un guanto da uomo intriso d’acqua, benché non piovesse da giorni. Il guanto apparteneva a Carlo Montorsi, marito di Adele, morto l’anno precedente durante un viaggio verso Genova. Era stato riconosciuto da un bottone di madreperla cucito male, una piccola riparazione fatta da Adele durante l’ultima sera insieme. Da allora la casa aveva cominciato a restituire oggetti fuori posto: una chiave sul pianoforte, un cucchiaio annerito dentro un vaso, tre spille da cravatta disposte in fila sul gradino più alto della scala.
Adele non voleva un fantasma. Voleva una spiegazione precisa, qualcosa che si potesse chiudere in una frase e affidare al giorno. Però la lettera da Torino aveva cambiato il tono della faccenda. Il mittente, un notaio che lei non conosceva, annunciava nella busta un’informazione sul marito; almeno così diceva l’intestazione, visibile attraverso la carta sottile. Adele aveva deciso di non aprirla fino alla sera, davanti a testimoni. Se il tavolino avesse ripetuto il contenuto prima che il sigillo fosse rotto, nessuno avrebbe potuto liquidare tutto come suggestione domestica.
Il dottor Fanti accettò l’esperimento con fastidio professionale. Misurò il tavolino, controllò che sotto il tappeto non passassero fili, fece togliere gli anelli a tutti e pretese che la lampada restasse accesa. Poi si sedettero. Adele chiese il nome di Carlo. Il tavolino rimase fermo. Chiese se la lettera riguardava il suo viaggio. La gamba chiara batté una volta. Sì. Chiese se riguardava la morte. Due colpi. No. Fu allora che la vedova, pallidissima, sussurrò una domanda che nessuno le aveva autorizzato: «Riguarda ciò che ha nascosto?»
Le risposte che nessuno voleva
Il tavolino cominciò a muoversi lentamente, non come un mobile spinto, ma come un animale che cerca posto al buio. La gamba chiara sfiorò il tappeto e batté cinque volte. Adele interpretò il numero come una parola da ricavare con l’alfabeto. E. Poi altre diciotto battute, più una pausa, poi una seconda serie. Il dottore prese nota sul retro di una ricetta medica: E-R-M-E-T-E. Ermete. Nessuno nella stanza conosceva quel nome, o così dissero. Solo il fratello di Adele ebbe una reazione troppo rapida: si voltò verso il cassetto e poi abbassò lo sguardo sulle proprie mani.
La stanza cambiò odore. Non fu zolfo, né muffa, né il profumo teatrale delle storie raccontate dopo cena. Era odore di carta bagnata, lo stesso che sale dai bauli dimenticati in cantina. La lampada oscillò senza spegnersi. Sul vetro della finestra la pioggia tracciava righe oblique, e in quelle righe Adele vide per un istante il riflesso di una quinta persona, seduta dietro di lei. Quando si girò non trovò nessuno, soltanto la sedia vuota con il ricamo del cuscino schiacciato al centro.
Nel corridoio, lontano dal tavolino, comparve il secondo indizio: una busta caduta davanti alla porta chiusa.
«Apriamo la lettera», disse il dottor Fanti, ma la sua voce aveva perso la sicurezza iniziale. Adele si alzò. Il tavolino si sollevò da un lato con uno scatto così netto che la vedova gridò e si coprì la bocca. Non cadde. Rimase inclinato, trattenuto da una forza invisibile o da un equilibrio impossibile, e batté di nuovo con la gamba chiara: due colpi, pausa, tre colpi, pausa, nove colpi. Il dottore smise di tradurre. Adele invece continuò, perché ormai la domanda non era più se qualcosa rispondesse, ma perché sembrasse avere tanta fretta.
Il nome inciso sotto il legno
La ceralacca si spezzò con un rumore minuscolo, e quel rumore parve offendere la casa intera. Dentro la busta c’erano due fogli. Il primo era una comunicazione formale: Carlo Montorsi, mesi prima di morire, aveva depositato presso lo studio torinese una dichiarazione riguardante un certo Ermete Luzzati, orologiaio, scomparso senza lasciare traccia nel 1874. Il secondo foglio era una copia della dichiarazione. Carlo confessava di aver comprato da Ermete un tavolino da seduta, appartenuto a una famiglia di occultisti, e di averlo poi rivenduto alla propria moglie come oggetto innocente per il salotto. Scriveva anche di aver trovato sotto il piano una frase incisa: non chiedere ciò che puoi scoprire da solo.
Adele rovesciò il tavolino. Il dottore la aiutò, forse per impedirle di romperlo, forse perché anche lui aveva bisogno di vedere. Sul lato inferiore del piano c’era davvero una scritta, coperta da anni di polvere e cera. Non era una frase completa. Qualcuno l’aveva raschiata via quasi tutta, lasciando soltanto tre parole leggibili: Ermete ascolta ancora. Accanto, inciso con una punta sottile, compariva un elenco di date. L’ultima era quella del giorno seguente.
Il fratello di Adele impallidì a tal punto che il dottore gli prese il polso. Confessò allora ciò che la lettera non diceva: Carlo, prima di partire, gli aveva chiesto di bruciare il tavolino. Non lo aveva fatto. Lo aveva lasciato dov’era perché gli sembrava ridicolo distruggere un mobile costoso per una paura da malato. Ma aggiunse un dettaglio che fece tacere tutti. La notte della partenza, Carlo aveva detto di aver sentito il tavolino rispondere da solo, mentre la stanza era chiusa e vuota. Rispondeva a domande che lui non aveva ancora formulato.
L’ultima domanda di Adele
A quel punto sarebbe bastato smettere. Spegnere la lampada, portare il tavolino nel cortile, aspettare il mattino. Invece Adele rimise il mobile al centro della sala con una calma che nessuno le conosceva. Posò le dita sul bordo senza invitare gli altri a fare lo stesso. La vedova pianse in silenzio. Il dottore le ordinò di allontanarsi, ma non si mosse. Adele chiese una sola cosa: «Perché domani?» Il tavolino non batté. Scivolò sul tappeto, lentamente, fino allo scrittoio. Poi urtò il cassetto della lettera una volta, due volte, tre volte, finché la serratura cedette.
Dentro il cassetto, sotto il vassoio delle penne, c’era un secondo involto che Adele giurò di non aver mai visto. Conteneva un orologio da tasca fermo alle dieci e ventidue e un biglietto scritto dalla mano di Carlo: Se risponde, non è lui che torna. È ciò che lui ha svegliato. Sul retro, con grafia diversa, compariva una frase recente, l’inchiostro ancora lucido: Domani la casa sarà vuota. Il dottor Fanti prese il biglietto con due dita, lo annusò, lo avvicinò alla lampada. L’inchiostro non era asciutto perché qualcuno lo aveva scritto da poco, e nessuno era uscito dalla stanza.
Allora il pendolo del camino suonò le dieci e ventidue, benché lo avesse già fatto mezz’ora prima. A ogni rintocco il tavolino si avvicinava di un palmo alla porta. Non minacciava, non inseguiva. Sembrava indicare il corridoio, e in fondo al corridoio la porta dello sgabuzzino dove era ricomparso il guanto. Adele capì prima degli altri. Il tavolino non stava evocando Carlo, né Ermete, né un morto riconoscibile. Stava rispondendo come risponde una trappola quando qualcuno mette il piede nel punto giusto: non per parlare, ma per chiudersi.
La stanza rimasta chiusa
Il giorno seguente la casa non fu vuota per scelta. Fu trovata vuota perché nessuno dei quattro presenti rispose alla cameriera, arrivata alle sette con il pane. La sala azzurra era in ordine. La lampada spenta, le sedie al loro posto, il tappeto asciutto. Sul tavolino, lucidato come per una visita, c’era la ricetta medica del dottor Fanti con le lettere annotate: E-R-M-E-T-E. Sotto, in una grafia minuta, qualcuno aveva aggiunto: non era un nome, era un avvertimento.
Adele, suo fratello, la vedova e il dottore furono ritrovati solo nel pomeriggio, nella stanza dello sgabuzzino, seduti per terra e vivi. Non ricordavano di essersi alzati dalla sala. Non avevano ferite, ma tutti e quattro portavano sul palmo della mano un segno circolare, come lasciato dal bordo di un bicchiere rovente. Il tavolino venne bruciato nel cortile, davanti a due agenti e a un prete chiamato dalla cameriera. Bruciò male. La gamba chiara rimase intatta più a lungo delle altre e batté tre volte contro le pietre mentre le fiamme la consumavano.
Da quella sera Adele non partecipò mai più a una seduta. Conservò però la lettera, l’orologio fermo e il biglietto nel fondo di una scatola da cucito. Anni dopo, quando la casa fu venduta, la scatola passò a un nipote che raccontò la vicenda come una vergogna di famiglia. Mancava solo il tavolino, diceva, e forse era meglio così. Perché il dettaglio che nessuno riuscì a spiegare non fu la seduta, né le risposte, né la sparizione di una notte. Fu la frase comparsa, mesi dopo, incisa sul retro della porta dello sgabuzzino: alcune domande imparano la strada di casa.


