Horror

Nel sottotetto batteva qualcosa che non aveva ali

Un rumore nel solaio sembra uno stormo, ma sulle travi compaiono impronte di mani e nomi incisi nella polvere.

Pubblicato 29 Agosto 2026 20:00 7 minuti di lettura
Nel sottotetto batteva qualcosa che non aveva ali

La prima volta fu alle otto e diciassette, mentre il sugo sobbolliva piano e la finestra della cucina restituiva il riflesso di Marta con il cucchiaio ancora in mano. Sopra di lei, oltre il soffitto basso della casa di via San Michele, qualcosa batté tre colpi secchi. Non erano passi. Non erano tubi. Somigliavano al frullo improvviso di molti uccelli chiusi in una scatola, un tremito di assi e polvere che corse da una trave all’altra, poi si spense lasciando nel lampadario una vibrazione sottile.

«Pipistrelli», disse Andrea dal corridoio, senza alzare gli occhi dal telefono. Era il fine settimana in cui il parco organizzava le passeggiate notturne per ascoltare gli ultrasuoni, e in paese non si parlava d’altro: animali utili, fragili, niente vampiri, niente superstizioni. Marta lo sapeva. Aveva perfino firmato il volantino della biblioteca, quello con il disegno di un pipistrello bruno sopra la frase che invitava a proteggere i rifugi. Però il rumore nel sottotetto non aveva avuto la leggerezza di un animale. Aveva avuto intenzione.

La botola sopra il corridoio

La casa era appartenuta alla zia Evelina, morta a gennaio con tutte le persiane chiuse e un rosario arrotolato intorno al polso. Nessuno saliva nel sottotetto da anni. La botola stava nel corridoio, tra la camera degli ospiti e il bagno piccolo: un quadrato di legno dipinto male, con un anello di ferro così freddo che sembrava sempre bagnato. Andrea portò la scala pieghevole, una torcia e il sacchetto dei guanti da giardino. Marta rimase sotto, scalza sulle mattonelle verdi, contando senza volerlo le crepe nel soffitto.

Quando lui sollevò la botola, cadde una pioggia di polvere nera. Non cenere, non terra: polvere secca, finissima, che odorava di legno vecchio e piume conservate in un cassetto. La torcia tagliò il buio e mostrò le travi, le tegole nude, due valigie di cartone, un presepe smontato e una fila di barattoli vuoti. Nessun animale si mosse. Nessun battito d’ali scappò verso le fessure. Eppure, appena Andrea infilò la testa oltre l’apertura, qualcosa rispose con un colpo solo, netto, dalla parte opposta del tetto.

«Hai sentito?» chiese Marta. Andrea rise in quel modo che usava quando aveva paura e voleva farla sembrare pazienza. Salì altri due gradini, appoggiò i guanti su una trave e illuminò il pavimento di assi. C’erano impronte. Non zampe, non artigli, non macchie lasciate dal passaggio di topi. Mani. Piccole e grandi, sovrapposte, stampate nella polvere con dita lunghe, troppo dritte, come se qualcuno avesse camminato sulle palme lungo il soffitto inclinato. Alcune salivano verso le tegole. Altre circondavano la botola.

Il battito senza ali

Andrea non disse più pipistrelli. Scese lentamente, chiuse la botola e andò a prendere il nastro adesivo largo. Marta lo guardò sigillare i bordi con strisce incrociate, un lavoro ridicolo e meticoloso, come se bastasse fasciare il legno per impedire al buio di ricordarsi di loro. Alle nove e quaranta cenarono in piedi, senza apparecchiare. Il sugo sapeva di bruciato. Ogni volta che la casa scricchiolava, il cane dei vicini cominciava ad abbaiare e poi si interrompeva di colpo, con un guaito strozzato.

Camera buia sotto una botola del sottotetto con polvere che cade e impronte di mani sulla scalaLa scala comparve nella penombra come se qualcuno l’avesse preparata dall’alto, un piolo alla volta.

A mezzanotte il nastro sul corridoio cominciò a staccarsi. Non tutto insieme. Prima un angolo, con un piccolo strappo umido. Poi una seconda striscia, lenta, tirata dall’interno. Marta vide la botola abbassarsi di un millimetro e risalire, abbassarsi e risalire, seguendo un ritmo che non apparteneva al vento. Andrea prese il martello dalla cassetta degli attrezzi. Il metallo gli tremava in mano. Dal sottotetto arrivò un frullare fitto, come cento lenzuola sbattute in una stanza senza finestre, e sotto quel frullo una serie di colpi più bassi: mani contro le travi.

Salirono insieme. Non perché fossero coraggiosi, ma perché restare sotto sembrava peggio. Andrea spinse la botola con il martello già alzato. Marta teneva la torcia. La luce entrò nel sottotetto e questa volta trovò movimento: non ali, non corpi appesi, ma mani che si ritiravano dietro le travi. Dita pallide, nocche sporche di polvere, polsi sottili che sparivano appena il fascio li toccava. Ce n’erano troppe. Alcune erano grandi come quelle di Andrea. Altre minuscole, infantili, con unghie nere e consumate.

Le travi ricordavano i nomi

Sulla trave maestra, dove la torcia tremò più a lungo, Marta lesse qualcosa graffiato nel legno. Non erano iniziali romantiche né date di muratori. Erano nomi, decine di nomi, incisi con pressioni diverse: Lina, Gabriele, Suor Agnese, Carlo 1944, M. senza cognome, Evelina. Il nome della zia era il più recente. Le lettere sembravano ancora aperte. Intorno, le impronte di mani formavano una corona scura, come se qualcuno avesse applaudito in silenzio contro il legno fino a consumarsi la pelle.

Andrea disse che bisognava scendere. Lo disse piano, ma dal fondo del sottotetto qualcuno lo imitò con la sua voce, identica e vuota: «Bisogna scendere». Poi il battito ricominciò. Non veniva più da un punto. Passava sopra di loro, sotto di loro, dentro le pareti. Marta capì allora perché le impronte correvano sulle travi e non sul pavimento: qualunque cosa abitasse là non cadeva verso il basso. Si teneva alla casa come un insetto al vetro, ma non aveva zampe. Aveva soltanto mani, e con quelle si aggrappava ai nomi.

La torcia si spense. Nel buio, Marta sentì il martello cadere e rotolare tra le assi. Sentì Andrea respirare due volte, poi una mano cercarle il braccio. Per un attimo credette fosse lui. Le dita erano fredde, asciutte, piene di polvere. Un’altra mano le toccò la nuca. Un’altra ancora le chiuse la bocca senza premere, quasi con educazione. Tutto intorno il sottotetto batteva, batteva, batteva, e ogni colpo sembrava chiedere di essere contato.

La mattina dopo

Li trovarono alle sei, seduti in cucina con la porta aperta sul cortile e il sugo rappreso nella pentola. Il vicino disse di aver sentito un frastuono sopra il tetto, «come uno stormo», ma quando era uscito non aveva visto nulla contro il cielo. Andrea aveva le mani ferite, i palmi pieni di schegge. Marta non parlava. Sotto le sue unghie c’era polvere nera. Sul tavolo, accanto al bicchiere d’acqua crepato, qualcuno aveva posato il rosario della zia Evelina, quello che era stato sepolto con lei.

Il tecnico chiamato dal comune salì nel sottotetto due giorni dopo. Cercava un nido, guano, fessure nelle tegole, qualsiasi spiegazione utile. Scese pallido, con la tuta strappata all’altezza delle spalle, e scrisse sul modulo che non erano stati rilevati animali. Non annotò le impronte. Non annotò il fatto che la trave maestra portava un nome nuovo, inciso con lettere ancora chiare: Andrea. Disse soltanto a Marta di tenere chiusa la botola e di non dormire più nella stanza degli ospiti.

Marta rimase in quella casa fino all’autunno, perché vendere subito le sembrava una confessione. Ogni sera, alle otto e diciassette, il sottotetto ricominciava. Tre colpi secchi, poi il frullo. Lei imparò a non guardare in alto. Imparò a lasciare una ciotola d’acqua nel corridoio, anche se al mattino era sempre piena di polvere e minuscole impronte di dita sul bordo. Imparò soprattutto a non correggere chi, passando davanti alla casa, diceva che lassù c’erano pipistrelli.

L’ultima notte prima di partire, Marta trovò la botola socchiusa. Non c’era vento. Non c’erano rumori. Sul pavimento, dalla scala alla porta, correva una fila di impronte di mani, ordinate come passi. Arrivavano fino alla sua valigia aperta. Dentro, tra i maglioni, qualcuno aveva inciso una parola sul coperchio di legno del vecchio baule della zia: resta. Marta chiuse la valigia, uscì senza spegnere le luci e lasciò le chiavi nella buca delle lettere. Solo quando fu in strada sentì, sopra il tetto, un battito lungo e paziente. Non era un addio. Era un applauso.

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VI

Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.