
La prima cosa che vidi non fu la Luna, ma il mio pianerottolo. Dentro il cerchio tremolante dell’oculare c’era la porta verde del signor Malvezzi, con la targhetta d’ottone annerita e il tappetino storto davanti alla soglia. Solo che quella porta si trovava, secondo il telescopio, oltre il mare grigio dei crateri, incastrata in un quartiere minuscolo disegnato sulla polvere lunare. Il tubo di ottone odorava di cantina e limone vecchio. Quando lo avevo comprato all’asta, il perito lo aveva datato intorno al 1830 e aveva detto che era «un buon oggetto da salotto, più decorativo che scientifico». Non aveva detto che sapeva riportare a casa ciò che non avrebbe dovuto esistere.
Abito al quarto piano di via San Celso, in un edificio stretto dove le scale girano come una vite e ogni rumore arriva da qualche parte sbagliata. Colleziono strumenti ottici: lenti da teatro, stereoscopi, bussole nautiche, binocoli militari con la gomma screpolata. Il telescopio era comparso in un lotto insieme a una scatola di lastre rotte e a sei ritagli del New York Sun del 1835, quelli della grande burla lunare attribuita a Herschel: foreste sulla Luna, animali impossibili, uomini alati presentati come scienza. Avevo sorriso, leggendo. Mi sembrava una reliquia perfetta della credulità umana. Poi, la notte stessa, puntai l’ottica verso il cielo e trovai il portone del mio palazzo aperto in un cratere.
Il lotto numero 47
Il catalogo dell’asta descriveva il telescopio con freddezza: ottone, legno di noce, messa a fuoco a cremagliera, custodia non originale. Nessuno menzionava la macchia scura vicino alla lente grande, una mezzaluna opaca che non veniva via neppure con l’alcol isopropilico. Sul coperchio interno della custodia qualcuno aveva inciso una data, 25 agosto 1835, e tre parole in inglese: return the view. Pensai a uno scherzo di antiquario. Pensai anche, con la vanità di chi compra oggetti morti per sentirli parlare, che quella frase avrebbe fatto una bella nota nel mio inventario.
Alle 23:17 montai il treppiede davanti alla finestra della sala. La Luna era quasi piena, lattiginosa sopra i tetti, e il quartiere respirava il caldo residuo del giorno. Nel telescopio l’immagine arrivò rovesciata, instabile: prima una lama di luce, poi i crateri, poi una distesa chiara attraversata da linee diritte. Mi bastò regolare di un millimetro la ghiera perché le linee diventassero marciapiedi. Vidi un lampione identico a quello sotto casa, una cabina elettrica con la vernice scrostata, il chiosco dei fiori chiuso da anni. Tutto era piccolo e nitidissimo, come se qualcuno avesse ricostruito la mia strada su un tavolo di cenere.
Una città sulla polvere
Non c’erano persone, all’inizio. Solo facciate, finestre, antenne, motorini parcheggiati in posizioni che riconoscevo. Il balcone della signora Livia aveva i gerani secchi sul lato destro; il mio mostrava la sedia pieghevole verde, quella che non avevo mai fotografato. Ogni dettaglio mi rubava una scusa. Non poteva essere una miniatura, perché vedevo il riflesso degli interni quando una tenda si muoveva. Non poteva essere la strada sotto di me, perché nel cielo oltre i tetti del quartiere non c’erano stelle: solo nero, un nero duro, senza aria.
Presi un quaderno e cominciai a segnare ciò che osservavo. A mezzanotte meno dieci, nel quartiere lunare si accese una finestra al secondo piano del mio palazzo. Era la mia sala. Dentro, vicino alla finestra, c’era un uomo chino su un telescopio. Non vedevo il volto, ma riconobbi la camicia a righe che indossavo. Scrissi una riga soltanto: mi contiene. Poi l’uomo nell’oculare alzò una mano. Io non lo feci. Rimasi immobile, con le dita strette sulla ghiera, mentre lui salutava lentamente dalla mia stanza ricostruita sulla Luna.
La mattina dopo cercai difetti, trucchi, spiegazioni. Smontai le lenti, controllai se dentro il tubo ci fosse una diapositiva, un prisma nascosto, un’immagine incollata. Trovai solo polvere sottile e un odore salmastro che non apparteneva a nessun metallo. Lessi i ritagli del 1835 con attenzione diversa. Nelle colonne del giornale, il falso diventava dettagliato fino alla vertigine: vallate, templi di zaffiro, creature alate chiamate Vespertilio-homo. Era tutto inventato, e proprio per questo pareva capace di sopravvivere. Una bugia ripetuta con precisione non muore; cerca un luogo dove abitare.
Le finestre che rispondevano
La seconda notte non aspettai il buio completo. Puntai il telescopio appena la Luna comparve tra due palazzi. Il quartiere era cambiato. Nel cratere che fungeva da piazza si era aperto un mercato silenzioso: banchi senza merce, tende mosse da un vento inesistente, cassette di plastica impilate accanto a pietre bianche. Sul muro della farmacia lessi, nonostante la distanza impossibile, il numero civico 18. Era lo stesso civico di casa mia. Più in alto, sulle persiane del mio appartamento lunare, qualcuno aveva tracciato una frase nella condensa: guarda più piano.
Fu allora che sentii bussare. Tre colpi leggeri, provenienti non dalla porta ma dalla lente. Appoggiai l’orecchio al tubo e percepii un fruscio simile alla sabbia versata in un bicchiere. Quando tornai all’oculare, una figura attraversava il cortile lunare. Indossava il cappotto marrone del signor Malvezzi, morto due inverni prima, e camminava con il passo impaziente che gli avevo visto usare sulle scale. Si fermò sotto il mio balcone ricostruito, sollevò la testa e guardò dritto verso di me. Non verso il cielo. Verso la stanza.
Provai a telefonare a mia sorella. La linea cadeva dopo uno squillo. Provai a fotografare l’immagine con il cellulare: nelle foto appariva soltanto la Luna normale, bianca e distante. Il telescopio, invece, continuava a mostrarmi il quartiere. A un certo punto vidi aprirsi il portone. Dal buio dell’androne uscirono altre persone, tutte con qualcosa di familiare e di sbagliato: il postino con la borsa vuota, una bambina che abitava al piano terra ma con capelli lunghissimi da adulta, mia madre com’era nell’ultima fotografia prima della malattia. Nessuno parlava. Tutti guardavano in alto.
Il giornale sotto la porta
L’immagine interna al tubo non coincideva con la Luna visibile a occhio nudo: sembrava rispondere solo a chi restava a osservare.
Alle 02:06 qualcosa scivolò sotto la porta d’ingresso. Non ebbi il coraggio di muovermi subito. Nel telescopio vidi il pianerottolo lunare, identico al mio, e una mano ritirarsi dalla fessura. Quando finalmente andai a controllare, trovai un foglio ingiallito. Era una pagina del Sun, ma non una delle sei che avevo comprato. Portava la stessa data, 25 agosto 1835, e un titolo stampato con caratteri tremanti: New observations received from the inhabited district. Sotto, in una colonna stretta, c’era la descrizione del mio appartamento. Diceva che l’esemplare maschio mostrava «agitazione crescente» e «attaccamento patologico alla finestra terrestre».
Non era inglese ottocentesco perfetto. Sembrava tradotto da qualcuno che conosceva le parole ma non gli esseri umani. Lessi il mio nome. Lessi l’elenco degli oggetti sulla scrivania: il tagliacarte, due monete da due euro, una tazza con il bordo scheggiato. Poi lessi la frase finale: Se continuerà a osservare, la colonia potrà completare lo scambio senza ulteriore resistenza. In quel momento capii che il telescopio non era una finestra. Era una serratura, e qualcuno dall’altra parte aveva appena trovato la chiave.
Lo gettai sul pavimento. Il legno del treppiede si spezzò, ma il tubo rotolò fino alla parete e rimase rivolto verso di me. Dall’oculare uscì una luce pallida. Nella macchia chiara vidi la mia sala lunare riempirsi di gente. Stavano trasportando mobili identici ai miei: la libreria, il tappeto, la poltrona grigia. Ogni pezzo veniva sistemato con cura millimetrica. Al centro della stanza, dove avrei dovuto essere seduto io, lasciarono uno spazio vuoto della mia stessa forma.
La stanza che mancava
Passai il resto della notte in cucina, con la porta chiusa e un coltello sul tavolo. All’alba il telescopio taceva. Il quartiere fuori dalla finestra era normale: il bar apriva, un camion scaricava cassette, due ragazzi litigavano accanto ai cassonetti. Mi convinsi di poterlo vendere, distruggere, consegnare a qualcuno più competente. Poi notai che il chiosco dei fiori, chiuso da anni nella mia strada reale, aveva la serranda alzata. Dentro non c’erano fiori. C’erano crateri in miniatura, disposti in vasi di plastica.
Quando rientrai, il telescopio era di nuovo in piedi. Il treppiede non mostrava fratture. Sul quaderno, sotto le mie note, una calligrafia sottile aveva aggiunto una riga: anche noi collezioniamo strumenti ottici. Non provai più a chiamare nessuno. Misi la custodia sul tavolo, aprii la finestra e guardai la Luna a occhio nudo. Era innocente, come tutte le cose troppo lontane per difendersi dalle storie che le appiccichiamo addosso. Ma dietro il vetro sentivo il quartiere trattenere il respiro.
Alle 23:17 tornai all’oculare. Nel cratere vidi la mia sala completa, la poltrona grigia occupata da un uomo con la camicia a righe. Questa volta gli vedevo il volto. Era il mio, ma aveva gli occhi abituati a un buio senza atmosfera. Sorrise con fatica, come se stesse imitando un gesto letto su un giornale vecchio. Poi sollevò il telescopio dalla parte lunare e lo puntò verso di me. Per un secondo fui io l’immagine osservata: piccolo, tremante, inventato con precisione sufficiente a diventare vero. Quando la luce si spense, nel mio appartamento mancava solo una cosa: la finestra. Al suo posto c’era una superficie bianca, polverosa, segnata da impronte che venivano dall’esterno.


