Horror

Il notaio arrivò dopo mezzanotte con due ombre

Un racconto horror faustiano: un ricercatore riceve una consulenza notturna e scopre che cancellare una colpa significa consegnarla a qualcun altro.

Pubblicato 28 Agosto 2026 10:00 7 minuti di lettura
Il notaio arrivò dopo mezzanotte con due ombre

Alle 23:47 il registratore a bobine del laboratorio smise di girare, anche se nessuno l’aveva collegato alla corrente. Il nastro fece mezzo giro nel buio e lasciò uscire un suono sottile, come una penna d’oca trascinata sopra carta umida. Il professor Leone Ferri alzò gli occhi dal manoscritto tedesco che stava catalogando e vide, riflesso nel vetro dell’armadio blindato, il corridoio dell’Archivio Civico di via delle Conce. Era vuoto. Poi la lampada verde sulla sua scrivania tremò tre volte, e il telefono interno squillò senza illuminarsi.

Ferri aveva quarantasei anni, un contratto universitario in scadenza e una reputazione costruita sulla precisione. Studiava le varianti popolari del patto faustiano, quelle nate prima che Goethe desse al diavolo un volto così elegante da renderlo quasi ragionevole. Proprio quel giorno, il 28 agosto, aveva annotato in margine una ricorrenza: Goethe era nato a Francoforte nel 1749, e il suo Faust aveva trasformato desiderio, conoscenza e debito in una lingua moderna. A mezzanotte mancavano tredici minuti quando una voce dal telefono disse: “Il notaio è arrivato. Porti con sé l’errore che vuole cancellare”.

Il manoscritto senza inventario

Il manoscritto era comparso due settimane prima in una cassa di legno proveniente dal deposito sotterraneo del tribunale. Nessuna scheda, nessun timbro leggibile, soltanto una fascetta di lino e una data scritta a matita: 1899. Ferri lo aveva aperto con cautela, aspettandosi un apocrifo teatrale o una predica moraleggiante. Invece aveva trovato pagine bilingui, latino e tedesco, con formule notarili interrotte da confessioni in prima persona. Non promettevano ricchezza, giovinezza o potere. Promettevano qualcosa di più pulito: la rimozione perfetta di una colpa dalla memoria di chi l’aveva commessa.

Era questo che lo aveva tenuto in archivio fino a tardi. Ogni contratto citava un pagamento diverso, ma tutti terminavano con la stessa clausola: “La memoria sottratta sarà custodita da chi ne conosce il peso”. Ferri conosceva quel peso. Cinque anni prima, durante una perizia privata, aveva dichiarato autentica una lettera che sapeva falsa. Un collezionista l’aveva pagato bene; una giovane ricercatrice, Elena Riva, aveva perso una borsa di studio provando a contraddirlo. Non era morta, non era scomparsa, non aveva maledetto nessuno. Era soltanto uscita dall’università con una cartella contro il petto e gli occhi asciutti. Questo, per Ferri, era peggio.

Due ombre alla porta

Il custode non rispose al citofono. L’ascensore restò fermo al piano terra con le porte aperte, ma dal vano arrivò odore di pioggia, come se sotto l’edificio ci fosse una strada. Ferri prese il manoscritto, lo chiuse nella cartella di cuoio e percorse il corridoio passando accanto ai busti degli archivisti morti. Ogni volta che la suola toccava il pavimento, un secondo passo rispondeva mezzo metro dietro di lui. Quando arrivò alla sala consultazione, vide un uomo seduto al tavolo centrale. Cappotto nero, guanti grigi, una valigetta piatta. Alla sua sinistra e alla sua destra, sul muro, stavano due ombre verticali. Non corrispondevano a nessun corpo.

“Professor Ferri”, disse l’uomo. Non aveva accento e non aveva età. Posò sul tavolo un sigillo d’ottone, una stilografica d’osso e un registro con le pagine bianche. “Sono qui per la consulenza.” Ferri pensò di chiamare la polizia, ma il telefono della sala aveva il cavo tagliato da anni e quella notte pendeva dal muro come una lingua fresca. “Io non ho chiesto nessuna consulenza.” Il notaio sorrise con cortesia. “Tutti la chiedono quando correggono il passato abbastanza a lungo da non riconoscerlo più.”

Le due ombre si staccarono dal muro senza fare rumore. La prima aveva il profilo di un uomo con il tricorno, la seconda quello di una donna curva sotto un cappuccio. Non avanzarono; si limitarono a inclinarsi verso Ferri, come testimoni chiamati a confermare un atto. Il notaio aprì il registro. Sulla pagina comparve il nome di Elena Riva, seguito dalla data della perizia e dall’importo ricevuto. Ferri sentì nella bocca il sapore metallico della vergogna. “Il servizio è semplice”, disse l’uomo. “Lei verifica il documento. Noi archiviamo l’errore. Domattina non ricorderà di averlo commesso.”

Archivio universitario sotterraneo con impronte bagnate e un registro aperto nella luce freddaNel registro del notaio non comparivano desideri: comparivano soltanto errori pronti a cambiare proprietario.

La consulenza

Ferri domandò quale fosse il prezzo, più per orgoglio che per prudenza. Il notaio ruotò la stilografica tra le dita. “Non denaro. Non anima. Parole vecchie, imprecise. Lei dimenticherà l’errore, ma qualcuno dovrà ricordarlo con maggiore esattezza. Una memoria non sparisce: cambia stanza.” Sul registro apparve una seconda riga, vuota. Ferri capì prima ancora di leggere. Elena avrebbe ricordato non solo l’ingiustizia subita, ma anche la sua origine intima: la telefonata del collezionista, il bonifico, il tremore con cui Ferri aveva firmato, la soddisfazione sporca di cavarsela. Tutto ciò che lui voleva perdere sarebbe entrato in lei come un’infezione lucida.

“È già accaduto”, disse il notaio, indicando il manoscritto. Ferri sfogliò le pagine e riconobbe la struttura dei casi: un medico che dimenticava un certificato falso, un giudice che cancellava una sentenza comprata, un padre che rimuoveva il nome del figlio abbandonato. Accanto a ogni atto c’era un custode della memoria, quasi sempre la vittima, talvolta un discendente. Le due ombre si avvicinarono. Non erano demoni nel senso teatrale della parola. Erano uomini e donne svuotati dal ricordo altrui, sagome consumate da colpe ricevute in eredità.

Il pagamento

Ferri avrebbe potuto firmare. La tentazione non aveva corna né fuoco; aveva la forma mite di una mattina senza nausea. Immaginò la sua stanza ordinata, la lezione su Goethe, gli studenti attenti, la lettera falsa ridotta a un incidente amministrativo dimenticato per sempre. Poi immaginò Elena svegliarsi con un dolore non suo, costretta a ricordare il momento esatto in cui lui aveva scelto di venderla. Il notaio gli porse la penna. La punta non era sporca d’inchiostro, ma di una sostanza scura che pulsava come sangue sotto vetro.

“Posso rifiutare?” chiese Ferri. Il notaio sembrò sinceramente sorpreso. “Naturalmente. La libertà rende valido ogni contratto.” Le due ombre fremettero, deluse o sollevate, Ferri non seppe dirlo. Allora prese il registro, non la penna, e lo spinse verso l’uomo. “Scriva che la memoria resta dove si trova.” Il notaio lo osservò per la prima volta senza cortesia. “È una scelta costosa.” Ferri annuì. “Lo so.” In quel momento capì che il manoscritto non gli aveva offerto salvezza. Gli aveva offerto l’ultima possibilità di chiamare il proprio errore con il suo nome.

La stanza nuova

Quando il custode lo trovò all’alba, Ferri era seduto sul pavimento della sala consultazione. Il manoscritto era tornato nella cartella, asciutto e muto. Sul tavolo non c’erano sigilli né registri, soltanto una stilografica d’osso spezzata in due. Ferri presentò una dichiarazione formale al rettore, restituì il denaro al collezionista tramite un avvocato e scrisse a Elena Riva una lettera di quattro pagine, senza chiedere perdono. Lei non rispose mai. Due mesi dopo, però, pubblicò un saggio sulle falsificazioni ottocentesche che distrusse la perizia di Ferri con una precisione chirurgica.

La carriera del professore finì lentamente, senza scandalo abbastanza grande da renderlo martire. Ogni notte, alle 23:47, il suo registratore a bobine compiva mezzo giro, anche quando lo teneva chiuso in un armadio. Non dimenticò nulla. Anzi, i dettagli aumentarono: l’odore del lino sulla fascetta, il cavo del telefono pendente, il graffio della penna sul registro, il respiro immobile delle due ombre. Capì allora il vero prezzo del rifiuto. L’errore era rimasto suo, ma non sarebbe più invecchiato. Lo avrebbe trovato intatto ogni mattina, come un documento appena protocollato.

Anni dopo, nell’archivio di via delle Conce, una nuova ricercatrice trovò una scheda senza firma: “Consulenza notturna, Ferri Leone, esito non trasferito”. Dietro la scheda c’era una nota scritta con grafia sottile: “Il notaio arriva solo quando qualcuno preferisce essere innocente invece che responsabile”. La donna la ripose nel fascicolo e spense la luce. Mentre chiudeva la porta, due ombre si allungarono nel corridoio, ferme come testimoni. Non la seguirono. Aspettavano qualcun altro.

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VI

Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.