Recensione Horror

Thanksgiving: recensione della festa che apparecchia la vendetta

Recensione di Thanksgiving, slasher del 2023 diretto da Eli Roth: Black Friday, Plymouth, John Carver, vendetta e satira splatter del consumo americano.

Pubblicato 28 Agosto 2026 10:37 8 minuti di lettura
Thanksgiving: recensione della festa che apparecchia la vendetta
RegiaEli Roth
Anno2023
Durata106 minuti
MusicaBrandon Roberts

Il primo suono davvero politico di Thanksgiving non è un urlo, ma il ronzio bianco delle porte automatiche quando una folla schiacciata contro il vetro capisce che il supermercato aprirà troppo tardi. Carrelli che battono sull’asfalto, luci al neon, tacchini in offerta, mani contro la vetrina: Eli Roth prende il rito familiare più rassicurante del calendario statunitense e lo fa iniziare non a tavola, ma davanti a un centro commerciale di Plymouth, Massachusetts, dove la gratitudine è già stata sostituita dall’assalto.

La domanda del film è semplice e cattiva: che cosa resta di una comunità quando la festa diventa saldo, spettacolo e colpa rimossa? Uscito nel 2023, diretto da Eli Roth e scritto da Jeff Rendell a partire dal falso trailer che Roth aveva realizzato per Grindhouse nel 2007, Thanksgiving trasforma il Black Friday in peccato originale. Un anno dopo una calca finita in tragedia, un assassino mascherato da John Carver comincia a colpire chi era coinvolto nel disastro. Non arriva come demone antico: arriva come conto da pagare, con ascia, forno acceso e un senso dell’umorismo nerissimo.

Scheda film: i dati prima della carneficina

Titolo originale: Thanksgiving. Regia: Eli Roth. Sceneggiatura: Jeff Rendell, da una storia di Rendell e Roth. Anno: 2023. Durata: 106 minuti. Musiche: Brandon Roberts. Fotografia: Milan Chadima. Montaggio: Michele Conroy. Interpreti principali: Patrick Dempsey, Nell Verlaque, Addison Rae, Jalen Thomas Brooks, Milo Manheim, Rick Hoffman e Gina Gershon. Le informazioni coincidono nelle schede pubbliche di Sony/TriStar, IMDb e nei riepiloghi enciclopedici del film: dati essenziali, utili perché Thanksgiving vive proprio sul contrasto tra precisione industriale e caos splatter.

La sua origine nel falso trailer di Grindhouse è più di una curiosità. Nel 2007 Roth immaginava un exploitation holiday-slasher come concentrato di gag truculente, cattivo gusto e promesse impossibili. Sedici anni dopo, il lungometraggio deve fare una cosa più difficile: conservare quell’energia da baraccone, ma costruire personaggi, ritmo e indagine abbastanza solidi da reggere oltre la battuta. Il risultato non è un semplice allungamento del trailer. È un film che sa di venire da lì, ne cita il piacere sporco, ma cerca una forma da slasher contemporaneo: più pulita, più consapevole, meno casuale di quanto la superficie suggerisca.

Plymouth, il Black Friday e una colpa in vetrina

La scelta di Plymouth è decisiva. Non siamo in una cittadina inventata qualsiasi: siamo nel luogo simbolico della festa, nel teatro americano in cui mito fondativo, turismo, commercio e rituale domestico convivono senza disturbarsi troppo. Roth mette il massacro iniziale davanti a un negozio chiamato RightMart, e basta quel nome a spiegare metà del film. Le persone non corrono verso un mostro, ma verso televisori, piastre, offerte lampo, oggetti che diventano improvvisamente più importanti dei corpi accanto. Il vetro che cede, la guardia travolta, la piastra per waffle usata come oggetto di violenza: il film registra il consumo come possessione collettiva.

Qui Thanksgiving funziona meglio di molti revival slasher perché non finge innocenza. La carneficina non nasce dal nulla e non viene spiegata con una psicologia contorta appiccicata alla fine. Nasce da una comunità che ha visto, filmato, riso, comprato, nascosto. La generazione dei ragazzi porta addosso la colpa spettacolare dei video, dei messaggi, delle presenze online; gli adulti portano quella economica, amministrativa, familiare. Roth non firma un trattato contro il capitalismo, ma capisce che l’orrore della provincia americana contemporanea passa anche da una porta automatica bloccata, da un’offerta pubblicizzata male, da un dolore trasformato in contenuto.

John Carver: maschera storica, vendetta moderna

L’assassino mascherato da John Carver è una trovata più intelligente di quanto sembri. Il volto rigido del pellegrino, il cappello, l’ascia, la postura da icona coloniale creano un contrasto quasi comico con cellulari, SUV e cucine moderne. Ma la maschera serve soprattutto a dare alla vendetta una finta autorità storica. Il killer non si presenta come semplice maniaco: si traveste da fondatore, giudice, padrone di casa. Ogni omicidio sembra dire che la festa non è mai stata davvero innocente, che sotto la gratitudine c’erano già conquista, appetito, esclusione e messa in scena.

Roth non appesantisce troppo questa lettura, e fa bene. Thanksgiving resta prima di tutto un congegno di suspense e splatter, con indizi, sospetti, messaggi minacciosi e vittime apparecchiate come portate di un menu criminale. La tavola finale, anticipata dall’immaginario promozionale, è il punto in cui il film abbraccia senza vergogna la propria natura da horror culinario: corpi immobilizzati, candele, stoviglie, carne umana suggerita più che contemplata fino al disgusto totale. L’assassino cucina la colpa della città e la serve a chi pensava di poter digerire tutto.

Splatter, gag e controllo del ritmo

Il nome di Eli Roth porta con sé un’aspettativa precisa: ferite esibite, crudeltà fisica, risata che arriva mezzo secondo dopo il disgusto. Thanksgiving non delude, ma sorprende per una certa disciplina. Gli omicidi sono inventivi senza diventare una lista indistinta di effetti: il coltello elettrico, il forno, la sega, gli utensili domestici e commerciali compongono un vocabolario coerente con la festa. Il film sa quando mostrare e quando tagliare, quando spingere l’assurdo e quando lasciare che il rumore di un oggetto basti a far anticipare il dolore.

La parte più efficace sta nel tono. Roth non tenta di nobilitare lo slasher trasformandolo in allegoria triste e rarefatta; preferisce tenerlo vicino alla cattiveria ludica del drive-in, però con un montaggio più moderno e una struttura investigativa leggibile. La fotografia di Milan Chadima alterna il freddo industriale dei negozi alle luci calde e marce delle case, mentre le musiche di Brandon Roberts accompagnano senza ingombrare, puntando su tensione, pulsazioni e una minaccia quasi cerimoniale. Il film ha il passo di chi sa di dover intrattenere, ma non vuole sembrare innocuo.

Tavola del Giorno del Ringraziamento abbandonata in una casa buia, con stoviglie rotte e luce blu della polizia dalle persianeLa festa domestica diventa scena del crimine: nel film di Roth ogni oggetto conviviale può trasformarsi in prova, arma o rimorso.

Personaggi, sospetti e una provincia non troppo pulita

Il cast lavora dentro archetipi riconoscibili, e il film non sempre li scava con la stessa cura. Nell Verlaque dà a Jessica un baricentro emotivo credibile: non è soltanto final girl funzionale, ma figlia di un potere locale compromesso, ragazza abbastanza lucida da capire che la colpa non riguarda solo il killer. Patrick Dempsey, nei panni dello sceriffo Eric Newlon, porta una calma televisiva che aiuta la componente poliziesca. Addison Rae, Jalen Thomas Brooks e Milo Manheim abitano invece una dimensione più apertamente teen, fatta di gruppo, sospetto, social e paura di finire nel mirino prima ancora che nei titoli di coda.

Il limite è che alcuni personaggi restano sagome utili alla macchina del delitto più che presenze memorabili. È un difetto tradizionale dello slasher, ma qui pesa a tratti perché l’idea di comunità colpevole avrebbe beneficiato di qualche frizione in più. Rick Hoffman e Gina Gershon danno energia agli adulti, però il film corre spesso verso il prossimo set piece prima di lasciare sedimentare le conseguenze morali del precedente. Quando rallenta, tuttavia, trova dettagli precisi: il lutto non elaborato, le telecamere che trasformano la morte in replay, i corridoi del negozio come navate consumistiche, le famiglie che proteggono reputazione e incasso più della verità.

Dal falso trailer al revival slasher

Nel panorama horror recente, Thanksgiving è interessante perché non prova a fingere di essere altro. Dopo anni di slasher legacy, sequel metacinematografici e ritorni di icone storiche, Roth sceglie una strada laterale: inventare una nuova festa assassina usando una promessa rimasta sospesa dal 2007. Il film dialoga con Scream per l’uso dei telefoni e del gruppo sospettabile, con Black Christmas e My Bloody Valentine per il calendario trasformato in trappola rituale, ma mantiene una personalità più gastronomica, più grottesca, più legata all’idea di comunità servita su un piatto.

Non tutto è elegante, e non deve esserlo. Alcune battute cercano la scorrettezza facile, qualche passaggio investigativo funziona più per inerzia che per sorpresa, e la rivelazione finale non riscrive le regole del genere. Però Thanksgiving possiede una qualità rara: sembra divertirsi senza disprezzare il pubblico. Roth conosce l’attrazione infantile e colpevole per il sangue finto, per le morti elaborate, per l’assassino che firma la scena come un artista del cattivo gusto. Allo stesso tempo sa che nel 2023 quella superficie deve poggiare su qualcosa di più robusto: consumo, immagine, rimozione, desiderio di punizione.

Verdetto: un banchetto sporco, ma ben apparecchiato

Il difetto principale di Thanksgiving è anche parte del suo fascino: vuole essere satira, giallo, slasher festivo e commedia nera, e non sempre distribuisce le portate con equilibrio perfetto. Ci sono personaggi sacrificabili, snodi comodi, qualche svolta che arriva quando lo spettatore ha già ristretto abbastanza il campo. Ma l’insieme regge perché la regia mantiene ritmo, identità visiva e una cattiveria coerente. Il film non chiede di essere preso come grande manifesto dell’orrore americano; chiede di essere guardato come una cena di famiglia in cui qualcuno ha finalmente deciso di leggere il conto ad alta voce.

Il verdetto è 7,5/10. Thanksgiving è uno degli slasher commerciali più godibili e compatti degli ultimi anni: sporco ma non sciatto, ironico ma non innocuo, splatter ma non privo di idea. Eli Roth recupera il suo falso trailer grindhouse e lo trasforma in un film vero, con una maschera efficace, gag sanguinose, una provincia ipocrita e un uso intelligente del Giorno del Ringraziamento come rito di consumo e vendetta. Non reinventa il genere, ma apparecchia una tavola abbastanza ricca da lasciare più di un avanzo nella memoria.

Leggi anche

VI

Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.