
Alle sette e dodici del mattino il velluto del sipario aveva ancora il colore del vino lasciato in un bicchiere sporco, e la bara al centro del palco non volle muoversi. Tre uomini la presero dalle maniglie di ottone, contando insieme come si fa con i pianoforti sulle scale, ma il fondo strisciò sulle assi con un gemito basso, quasi una voce trattenuta nel legno. La sera prima, davanti al pubblico del Teatro San Prospero, quella stessa cassa era stata sollevata da un solo macchinista e portata dietro le quinte mentre l’orchestra provava l’ultimo accordo del valzer funebre.
Il teatro stava in una via laterale della provincia, tra una farmacia con l’insegna verde sempre tremolante e un bar dove il primo caffè sapeva di bruciato. Era stato riaperto per una settimana di omaggi a Bela Lugosi, morto il 16 agosto 1956 e rimasto, più di ogni altro, legato all’ombra elegante di Dracula. La locandina annunciava proiezioni, letture, una piccola mostra di fotografie e una bara di scena ricostruita secondo i modelli gotici del cinema hollywoodiano. Il mistero cominciò quando quella bara, svuotata davanti a tutti ogni notte, al mattino pesava come se qualcuno vi fosse rientrato dopo la chiusura.
Il primo peso
La bara l’aveva costruita Nereo Bassi, scenografo in pensione con le dita deformate dalla colla e una mania per le misure esatte. Abete tinto scuro, rinforzi leggeri, finta imbottitura di raso cremisi, coperchio con cerniere nuove: non arrivava a quaranta chili. Nereo lo ripeté al direttore del teatro mostrando il quaderno, dove aveva annotato ogni vite e ogni pannello con una calligrafia ordinata. «Questa non è una bara», disse, picchiettando sul bordo. «È un costume per un oggetto. Fa paura solo da lontano».
Quella mattina, però, non faceva paura da lontano. Faceva paura al tatto. Il portiere, la donna delle pulizie e il tecnico luci giurarono che la cassa era vuota. Il coperchio fu sollevato, l’interno battuto con il manico di una scopa, il raso staccato in un angolo per controllare che non ci fosse un doppio fondo. Niente. Eppure quando provarono di nuovo a spostarla, la bara restò inchiodata al palco come un mobile pieno d’acqua. Sotto le assi non c’erano calamite, sotto il palco non passavano tubi, sotto il raso non comparve altro che legno ruvido e polvere.
La spiegazione più comoda fu l’umidità. Durante la notte era piovuto, il tetto del teatro aveva vecchie infiltrazioni, e il legno poteva aver bevuto. Nereo non protestò subito. Si mise in ginocchio, avvicinò il naso al fondo della cassa, annusò, poi rimase immobile abbastanza a lungo da far tacere tutti. «Non odora di bagnato», disse. «Odora di terra chiusa». Nessuno rispose, perché anche chi non voleva ammetterlo aveva sentito, tra il raso e le assi, un odore scuro e minerale, come quello delle cantine quando si apre una porta rimasta murata per anni.
La prova davanti a tutti
La seconda sera il direttore trasformò l’incidente in disciplina. Fece pesare la bara prima dello spettacolo con due bilance da magazzino prese in prestito dal ferramenta della piazza: trentanove chili e mezzo, con il coperchio. Fece firmare il foglio a cinque testimoni, compreso il sindaco che era venuto per farsi fotografare accanto al ritratto di Lugosi. Dopo la lettura di un brano dal Dracula cinematografico, il pubblico vide Nereo aprire la cassa, mostrarla vuota, chiuderla e lasciare le chiavi appese a un chiodo sopra la quinta destra. Tutto fu semplice, visibile, quasi noioso.
Alle sei e cinquanta del giorno dopo la bara pesava sessantasei chili. Le bilance tremarono sotto le maniglie, poi si fermarono su cifre che nessuno seppe interpretare come errore. Il direttore chiamò il ferramenta, il ferramenta controllò le molle, Nereo svitò le cerniere e tolse il coperchio. Il fondo era sempre vuoto. Ma sul raso, all’altezza in cui sarebbe caduta una mano, compariva una piega lunga e netta. Non una macchia, non uno strappo: una pressione. Sembrava che qualcuno, da dentro, avesse tenuto il palmo appoggiato per ore contro la stoffa.
Da quel momento il teatro cambiò suono. Ogni rumore acquistò una coda, ogni porta chiusa dietro le quinte parve richiudersi due volte, ogni passo sulle passerelle arrivò al palco con un ritardo innaturale. La donna delle pulizie trovò tre granelli di terra sul bordo interno della bara e li raccolse in un fazzoletto. Il tecnico luci disse che non erano granelli ma schegge di qualcosa di nero, friabile, più freddo della polvere. Nereo non volle guardarli. Prese il quaderno delle misure e cancellò il peso iniziale con una riga così profonda da bucare la carta.
Il nome che rimane
La terza sera la sala era piena. La notizia era uscita dal bar, poi dalla farmacia, poi da un gruppo locale dove qualcuno aveva scritto che l’omaggio a Lugosi era diventato una seduta spiritica senza medium. Il direttore si arrabbiò, ma vendette tutti i biglietti. Fece promettere ai macchinisti che avrebbero aperto la bara sul palco e che, dopo la proiezione, l’avrebbero lasciata sotto gli occhi del pubblico fino all’ultimo spettatore. Voleva schiacciare la leggenda con la luce.
Dietro le quinte, il teatro sembrava trattenere il fiato ogni volta che la cassa veniva chiusa.
Durante l’intervallo accadde una cosa piccola. Una bambina, seduta in seconda fila con la madre, chiese perché il signore nel ritratto non guardasse più verso la platea. Tutti risero piano, pensando a una suggestione. Poi il tecnico luci, dalla cabina, abbassò involontariamente un riflettore e il manifesto appeso accanto al palco rimase illuminato da un taglio obliquo. Bela Lugosi, in mantello scuro, aveva gli occhi rivolti alla bara. Nessuno poteva dire se prima fossero diversi; nessuno aveva fotografato il manifesto da abbastanza vicino; nessuno voleva essere il primo a controllare.
A mezzanotte, davanti agli ultimi curiosi, Nereo aprì la cassa. Era vuota. La colpì due volte sul fondo, poi tre sui lati, con il martello di gomma. Il suono era secco. Legno contro gomma, niente altro. Chiuse il coperchio, infilò una striscia di carta tra bordo e serratura, la firmò con il direttore e la lasciò lì come un sigillo. Quando tutti uscirono, il teatro fu chiuso con la catena principale e il portiere dormì nella biglietteria, su una branda militare, con una torcia puntata verso la platea.
Il mattino più pesante
Alle cinque e quaranta il portiere si svegliò perché qualcuno applaudiva. Non forte: tre colpi lenti, poi silenzio, poi altri tre. Pensò a un tubo, al legno che si ritirava, al cuore che batte male quando si dorme vestiti. Ma dalla sala arrivò anche un odore di cipria antica, di stoffa tenuta troppo a lungo in un armadio. Accese la torcia e vide che il sigillo di carta era ancora intero. Sopra la bara, però, il coperchio non appoggiava più perfettamente. Era sollevato di un millimetro, forse due, abbastanza perché una lama nera separasse il raso dal bordo.
Quando arrivarono gli altri, il peso superava i novanta chili. La bara fu aperta sul palco, davanti al direttore pallido, a Nereo e al sindaco richiamato in fretta. Dentro non c’era nessun corpo. C’era solo la sagoma. Il raso, che fino alla sera prima cadeva liscio, presentava l’impronta completa di una persona distesa: spalle strette, fianchi, gambe unite, testa leggermente girata verso sinistra. Non era sporco, non era bagnato, non era strappato. Era schiacciato come se il vuoto avesse finalmente preso peso.
Nereo fece l’unica cosa che gli sembrò razionale. Ordinò di portarla fuori e bruciarla nel cortile interno, tra il muro cieco del teatro e il magazzino dei costumi. Nessuno discusse. In sei trascinarono la cassa giù dal palco e ogni gradino produsse un colpo sordo, non di legno ma di qualcosa che batteva dall’interno con un ritardo minimo. Nel cortile, il sole era già alto e misero vecchi fondali sotto la bara, poi alcool, poi fiammiferi. Il fuoco prese subito, azzurro sui bordi, giallo nel centro. Il raso si arricciò senza fumo, come pelle sottile.
Il teatro rimase chiuso per tre giorni. Sul registro comunale l’incidente fu archiviato come deterioramento di materiale scenico. La rassegna su Lugosi venne sospesa con una formula elegante: motivi tecnici. Nereo non parlò più della bara e smise di accettare lavori, ma conservò il foglio delle pesate in una busta senza nome. Anni dopo, chi lo vide giurò che i numeri scritti a matita erano cambiati: trentanove, sessantasei, novanta, poi una quarta cifra che nessuno ricordava di aver segnato. Centosessantaquattro.
Il cortile del San Prospero oggi è stato coperto da una veranda per gli aperitivi degli spettacoli estivi. Dove bruciò la bara, il pavimento resta più scuro anche dopo la pioggia. Ogni 16 agosto, prima dell’apertura, il personale trova una manciata di polvere nera davanti alla quinta destra e una piega nel velluto del sipario, all’altezza di una mano. Non c’è più nessuna bara da pesare. È questo che rende la cosa peggiore: il teatro ha eliminato l’oggetto, ma non il posto che l’oggetto aveva preparato. E quando la sala è vuota, al mattino presto, il palco sembra sempre aspettare che qualcuno vi si stenda di nuovo.
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