
Ada Conforti ha settantotto anni e da quarantatré vive nella stessa casa di pietra all'angolo tra via del Forno e la piazza dove un tempo c'era la fontana. Quella sera di ottobre trova nella cassetta della posta una busta che non dovrebbe esistere: carta ingiallita, francobollo con l'effigie sbiadita di un aereo, il timbro postale che segna un anno impossibile, 1996, e il suo nome scritto con una calligrafia inclinata che conosce meglio della propria.
Per trentadue anni Ada ha portato la posta di Borgo Calvano, un paese di poche case aggrappate a un crinale dell'entroterra, tra campi di girasole e un bosco di querce che d'inverno diventa nero prima delle cinque. Conosceva ogni cassetta, ogni cane che abbaiava al cancello, ogni vedova che aspettava una lettera dai figli emigrati. Ha smesso di lavorare quando le gambe hanno cominciato a tradirla, ma il gesto di aprire lo sportellino di metallo arrugginito le è rimasto addosso come un'abitudine del corpo.
La busta è più leggera di quanto dovrebbe essere una lettera vera. Il bordo è consumato, ma non nel modo in cui la carta si consuma restando chiusa in un cassetto per tre decenni: è consumato come se qualcuno l'avesse maneggiata ieri, e l'altro ieri, e ogni giorno prima ancora.
Il mittente non c'è, o meglio: c'è solo un nome scritto piccolo sul retro, Nino, senza cognome, senza indirizzo. Ada quel nome lo ricorda benissimo. Nino Salvi partì per la Germania nella primavera del 1996 a cercare lavoro in una fonderia vicino a Stoccarda, promettendo di scrivere ogni settimana. Scrisse per due mesi, poi più nulla. Qualcuno disse che si era sistemato là, qualcun altro che era tornato e ripartito subito per il Belgio. Nessuno seppe mai dire con certezza cosa gli fosse successo, e col tempo il paese smise di chiederselo.
Ada porta la busta in cucina e la posa sul tavolo di legno scuro, sotto la lampada che sua madre le aveva lasciato in eredità insieme alla casa. Resta a guardarla per un tempo che non sa misurare. Poi, con un tagliacarte che usava ai tempi in cui ancora smistava pacchi all'ufficio postale, la apre lungo il bordo superiore, con cura, come si apre qualcosa che potrebbe sgretolarsi.
Dentro c'è un unico foglio piegato in tre, la scrittura fitta su entrambi i lati. Nino le scrive che le è mancata ogni giorno, che la fonderia è rumorosa e fredda, che ha messo via dei soldi e che a Natale tornerà a chiederle di sposarlo. Ci sono dettagli minuti, il nome della pensione dove dorme, il colore del cielo sopra Stoccarda in autunno, una battuta sul dialetto dei colleghi polacchi. È una lettera qualunque, la lettera di un ragazzo innamorato lontano da casa. Ada la legge due volte e piange, non per lo spavento, ma perché sono lacrime che aspettavano da trent'anni un motivo per uscire.
La sera dopo, prima di dormire, la rilegge un'ultima volta. E si ferma a metà della seconda facciata, perché una frase non c'era. Nino scrive che il capofficina gli ha promesso un aumento se resta fino a marzo, un dettaglio che Ada giurerebbe di non aver letto la sera prima. Si dice che la memoria a settantotto anni fa scherzi anche peggiori, richiude il foglio nella busta e lo posa sul comodino.
Passano tre giorni prima che trovi il coraggio di riaprirla. In quei tre giorni si sorprende a parlarne con nessuno, perché non saprebbe come cominciare la frase senza sembrare una vecchia confusa, e perché in fondo non vuole condividere quella voce ritrovata con nessun altro.
Quando la rilegge, la lettera è cambiata ancora. Non stravolta: spostata. Una riga che prima chiudeva un paragrafo ora ne apre un altro. Il nome della pensione è diverso, un'altra via, un altro numero civico. Nino scrive che ha sognato di lei tre notti di fila, e che nel sogno lei portava un cappotto che Ada in effetti possedeva nel 1996, un cappotto verde bottiglia che ha buttato via da anni e di cui non parla con nessuno da altrettanto tempo.
Ogni sera la lettera dice qualcosa in più, e manca sempre l'ultima riga.
Ada comincia a leggerla ogni sera, con la scusa di cercare l'errore, di dimostrare a se stessa che si tratta soltanto di un vecchio foglio e di una mente che invecchia insieme al corpo. Ma ogni sera trova qualcosa di nuovo: una frase spostata, un dettaglio aggiunto, un verbo che cambia tempo, come se chi scrive da qualche parte stesse ancora, in questo stesso momento, intingendo la penna e decidendo cosa dire.
Nota, con un rigore che le viene dai lunghi anni passati a smistare corrispondenza, che la lettera non finisce mai allo stesso punto. C'è sempre un'ultima riga che manca, un bordo strappato in fondo alla seconda facciata dove la carta si interrompe di netto, come se qualcuno l'avesse staccata con cura, o come se non fosse mai stata scritta.
Al bar della piazza, dove ormai va solo per il caffè del mattino e per sentire ancora delle voci intorno, Ada chiede al proprietario se ricorda qualcosa di uno smarrimento postale di tanti anni fa. L'uomo, che ha vent'anni meno di lei, scuote la testa e le dice che capita, di tanto in tanto, che lettere finite chissà dove riemergano dopo decenni, dimenticate in un sacco, in un magazzino, dietro un armadio di un ufficio chiuso. Non sa altro, e Ada non insiste: non è una risposta che cerca davvero, è solo un modo per pronunciare ad alta voce qualcosa che nella sua testa sta diventando troppo grande per il silenzio.
Passa una settimana. La lettera continua a cambiare, e Ada continua a leggerla, incapace di smettere anche quando comincia a temerla. Compaiono frasi che Nino non avrebbe potuto sapere nel 1996: un accenno alla casa di lei rimasta sola dopo la morte del marito, avvenuta nel duemilaotto; un riferimento a un dolore al petto che Ada tiene nascosto persino al medico, per paura di quello che potrebbe sentirsi dire.
Una notte sogna Nino alla fonderia, il viso illuminato a intermittenza da un bagliore arancione, e lui le dice, senza muovere le labbra, che manca ancora una riga, e che quella riga arriverà quando sarà pronta. Si sveglia con il cuscino umido di sudore freddo e la certezza, più forte di ogni dubbio sulla propria memoria, che quella busta non sia mai stata davvero chiusa in un sacco postale per trent'anni.
Quando qualcosa nel corpo dà segnali che non tornano — un peso al petto che non passa, un fiato che si accorcia senza motivo — è giusto non aspettare che si risolva da sé e parlarne subito con un medico; se il dolore è improvviso e forte, o si accompagna a difficoltà a respirare, la cosa da fare è chiamare il 112 senza esitare. Ada lo sa, lo ha sempre saputo, ma quella notte decide comunque di riaprire la busta invece di posare il telefono sul comodino.
L'ultima volta che la legge, la lettera è quasi completa. Manca solo l'ultima riga, come sempre, ma il bordo strappato in fondo alla pagina questa volta sembra più sottile, quasi trasparente, come se la carta si stesse assottigliando fino a lasciar passare quello che c'è scritto dietro. Ada avvicina il foglio alla lampada e per un istante, prima che la luce le tremi negli occhi stanchi, le pare di distinguere delle cifre: un giorno, un mese, un anno che comincia con due, non con uno, come se qualcuno le stesse scrivendo la data di domani mentre lei guarda.
Ripiega il foglio, lo rimette nella busta, e la busta nel cassetto del comodino, accanto alla sveglia che segna le tre e ventidue. Decide che al mattino la porterà al parroco, o forse la brucerà nel camino, o forse la lascerà semplicemente dov'è, perché in fondo, pensa mentre il sonno la prende, una lettera che non ha mai smesso di essere scritta forse non ha nemmeno bisogno di essere letta fino alla fine.
Al mattino la cassetta della posta di Borgo Calvano è vuota, come lo è sempre stata prima di quella sera di ottobre, e nessuno in paese saprà mai dire con certezza se Ada abbia davvero trovato quella busta, o se qualcuno, prima o poi, la troverà di nuovo nella propria.


